sabato, ottobre 29, 2005
the rave & the fave
 

 
ecco il resoconto di una settimana vissuta pericolosamente.
 
lunedì io e ang andiamo a sentire la conferenza del Grande Autore Americano che ha scritto il Grande Romanzo Americano trasformando il Sogno Americano nell’Incubo Americano. Tutto il libro è quindi una metafora del vuoto esistenziale di una società ormai capace solo di cannibalizzare se stessa, in un infinito gioco di riflessi e di autoreferenzialità zzzzzzzzzzzzz quando mi sveglio mi rendo conto che non sopporto le persone che si prendono troppo sul serio. Nel mondo del Romanzo tutti si prendono molto sul serio, anche se hanno scritto un solo libro valido e hanno fatto melina per il resto del tempo. Ma quelli che si prendono ancora più sul serio sono quelli che fanno le domande, domande così articolate e ipotattiche da risultare praticamente intraducibili così che l’Autore si limita a rispondere “sì” o “no” perché non ha capito una mazza, ma tutti ridono perché “è così spiritoso!”. Ma quelli che si prendono ancora più sul serio sono quelli che, pur non avendo scritto nulla, né tantomeno letto il Grande Romanzo Americano in questione, dall’alto del quindicesimo anello dell’aula 1 criticano tutti gli altri e/o leggono il giornale. Faceva troppo caldo, però.
 
martedì sto chiusa in casa e lavoro. lavoro e traduco indefessamente (o staccato?) un libro che quando uscirà non si fileranno, spero. Perché è pieno di errori e io non ho avuto il tempo, per via di scadenze insensate, di sistemarlo a dovere. La cosa “bella” è che in Italia non legge quasi nessuno (neanche chi i libri, qualche volta, li compra ancora) quindi esiste la possibilità che non mi sgamino mai. Evviva l’analfabetismo di ritorno, evviva le repliche in tarda serata!
 
mercoledì vado ad una specie di festa per la partenza di un paio di amici. La festa è carina ma l’occasione è triste. Quindi finisce che faccio finta di niente. Non ci sono proprio portata per gli addii, mi vengono male, e non so mai da che parte guardare. Le scarpe. Per fortuna ci sono delle foto, e vino in abbondanza, e tante altre cose per distrarsi dall’inevitabile. Disappear here. (citazione da un libro del Grande Scrittore Americano etc etc).
 
giovedì non so voi, ma io guardo scrubs. se a qualcuno scrubs non fa ridere, secondo me è perduto. i monologhi mentali di jd sono la cosa più vicina a quello che succede all’interno del mio cervello, nei giorni buoni. Nei giorni meno buoni, è solo nebbia e autocommiserazione. Nei giorni pessimi, c’è anthony di anthony & the johnsons al piano. scordato.
 
venerdì succedono un sacco di cose impreviste ma belle, tipo una visita all’ultimo momento del mio amico che parte e facciamo ancora in tempo a prenderci un caffè, e sì che vengo a Napoli presto, magari prima di Natale così mi porti a vedere quella via dove ci sono le botteghe dei presepi con le statuine di al bano e la lecciso insieme ai re magi, e ne comprerò alcune per il mio presepe situazionista che al posto di gesù bambino ospita un sasso di quelli per lavare i jeans stone-washed; e poi una cara amica mi invita a bologna e io le dico di sì anche se ci sono appena andata, perché questa volta vado solo per lei, e un’altra amica mi dice che è incinta, e io sono felice perché me l’ero sognato, mesi fa, e non è la prima volta che mi capita quindi le mie amiche sono avvisate.
 
sabato mattina levataccia per andare al lavoro (e che cazzo!), ma quando esco c’è un bel sole e io cammino per le strade con negli auricolari white rabbit, che con il suo crescendo da bolero mi mette proprio di buon umore, and everything falls into place (frase per me intraducibile, ma forse qualcuno ha voglia di provarci). e stasera se non cado addormentata al calare delle tenebre, vado a vedermi la retrospettiva su beck (cla, grazie per la dritta!).
 
tomorrow never knows.
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domenica, ottobre 23, 2005
. mondi paralleli .
 

 
ci sono universi interi che non si toccano mai, rette parallele che corrono diritte come le rotaie di un treno. interi tracciati destinati a non prendere mai coscienza delle possibili alternative. poi qualche volta si apre un varco, e la visione simultanea di più realtà diventa possibile. ma quello che vedi può fare più paura della convinzione, erronea, di essere soli al mondo.
 
è successo questo week-end. un altro mondo è impassibile. ecco le prove:
 
evidence 1: denti bianchi sul pianeta terra
venerdì sera, per festeggiare la conclusione di un excursus studiorum che mi ha portato in luoghi ancora non mappati del sapere (cioè, ho finito un master) prendo un aperitivo con il resto della classe. gran belle persone. pensavo. ma poi mi sono dovuta ricredere, quando le Belle Persone (o meglio la Bella Gente) sono arrivate davvero. Prima fanno il loro ingresso due imponenti guardie del corpo, e il locale, che è parecchio piccolo, sembra già pieno. Poi entrano due fotografi superprofessionali. Poi uno dei fantastici cinque, credo Numero 3. All’inizio pensiamo tutti che sia lui il vip, anche se il seguito sembra un po’ eccessivo per una trasmissione di nicchia come i fantastici cinque, che tra l’altro io trovo addirittura barricadera con i tempi che corrono. ma poi capiamo che il pezzo forte della serata, che giustifica tutto l’apparato mass-mediale, è lei: miss Italia 2005. Che entra alla chetichella, nessuno se ne accorge, ma poi ritrova il suo atout da star nel momento in cui, tutta lamettata (cioè in lamè) dietro al bancone, sorride. il raggio fotonico mi colpisce direttamente, resto stordita come un alce davanti ai fari di un range rover, poi lentamente mi riprendo. intanto alcuni amici vengono arruolati come comparse in un servizio fotografico tipo fotoromanzo subito ribattezzato (da noi) Edelfa di Dora Riparia. Le foto verranno pubblicate su Gente, il che vuol dire che l’anno prossimo i miei amici immortalati sono pronti per l’isola dei famosi. E così ne abbiamo persi altri due. Noi non famosi siamo sempre più rari. Finito il servizio miss italia ripone accuratamente il sorriso, fa il giro del bancone e si sfonda di orecchiette al pomodoro. è ancora recuperabile?
 
evidence 2: cenere eri, e cenere tornerai
interno notte. va beh, facciamo serata appena iniziata. però interno. palasport. calca un po’ sudata e grande attesa. gruppo supporter un trio statunitense sconosciuto che suona in trentaduesimi. attesa febbrile. troppo per qualcuno? inizia come una qualsiasi epidemia, o come il finanziamento illecito ai partiti. il primo se ne accende una e allora un altro che vorrebbe lo vede e trova giustificazione nel fatto che c’è un precedente e insomma nel giro di dieci minuti fumano tutti. con il piccolo particolare che sarebbe vietato. il palasport non ha nemmeno un impianto di purificazione dell’aria, dato che non è previsto che ci si fumi. ma come, solo perché è vietato? che pigrizia mentale! la batteria pesa e una pms da competizione mi rendono battagliera. o mi butto in un pogo o vado a rompere i coglioni a qualcuno su ‘sta storia. propendo per la seconda ipotesi. è un dono di famiglia. individuo la mia vittima. indossa un completino verde oliva con eleganti bande gialle catarifrangenti. mi avvicino e lui sa che io so. sentirei l’odore della sua paura se non fosse per la cappa di fumo che ci avvolge.
 
-scusi…
-dica.
-ma qui non è vietato fumare?
- eh, sì, io c’ho provato a dirglielo, ma quelli… facciamo il possibile!
- sì, ma qui non si respira.
- eh, lo so, ma perché non si sposta qui, vicino all’uscita?
- (trattenendo un vaff…) ma non sono mica io ad essere fuorilegge!
- lei ha ragione (questa frase in Italia serve a lasciare immutato lo status quo facendo sentire il cittadino un genio misconosciuto. si chiama piaggeria. si legge presa per i fondelli).
- perché invece non fate un annuncio dal palco, tanto per ricordarlo agli smemorati (si sa che il fumo brucia le sinapsi)?
- eh, sa… nessuno vuole assumersene la responsabilità.
 
rimango così, come d’autunno sugli alberi le foglie. scossa. cioè scusa ciccio, te ne stai qui a garantire l’incolumità e non si può fumare e tutti lo fanno e nessuno ha il coraggio di fare un annuncio tipo “si ricorda che per ragioni di sicurezza è vietato fumare all’interno del palasport?”. ma che cazzo! vado io se vuoi.
così dagli spalti guardo dall’alto il paese reale ondeggiare al ritmo del menefreghismo imperante. mi chiedo perché nel resto dell'europa una legge è una legge e qui un delicato consiglio sussurrato all’orecchio sempre che non dia troppo fastidio. mentre medito una repentina fuga in svezia salgono sul palco jack e meg e di colpo del fumo non mi frega più nulla. appena sventato the hardest button to button.
 
evidence 3: o tempura, o mores!
finito il concerto, canna o no, ti viene la fame chimica. allora esci e trovi ad attenderti due possibilità: il banchetto dei bratwurst che arriva dritto da Amburgo con il suo carico di sugna oppure qualcosa di meno esotico, quasi rassicurante: il finto ristorante giapponese osaka. unico in tutta bologna! e certo, che in giappone non lo vedrai mai, il finto ristorante giapponese osaka. così come in italia non trovi la finta pizzeria la torre di pisa. ma magari a tokyo sì.
il finto ristorante giapponese in italia si basa su un dogma incontrovertibile: l’italiano medio non è in grado di distinguere un cinese da un giapponese. però è disposto a spendere molto di più per cibo tutto sommato simile, ma con un nome diverso. quindi riso alla cantonese no, ma osaka mochi si. e poco importa se sono la stessa cosa ma il secondo non ha la pancetta. il tempura di frutta non è altro che quella frutta fritta cinese che hai finito di digerire ieri, ma vuoi mettere il suono… tempura di frutta! ha un che di depurativo. l’arredamento è ridotto al minimo perché da qualche parte si è deciso che il giappone è minimalista. un bel risparmio su stucchi e dragoni dorati. il personale (cinese) si finge giapponese adottando questa tecnica: è meno gentile e più distaccato di quello cinese. e si veste con improbabili semi-kimoni. la cosa funziona. salvo poi che dietro ad una colonna fa capolino una statua di Confucio con tanto di luci intermittenti, ma l’italiano medio che ne sa? pensa di andare al ristorante e invece si trova nel bel mezzo di una rappresentazione artistica tipo guerrilla theatre, dove la lunga marcia silenziosa si fa a colpi di maki roll e soba udon di imitazione. e se ne va soddisfatto, lo stomaco pieno di prelibatezze cinesi travestite da giapponesi, un 30% in più sul conto che serve – giustamente – ad ammortizzare l’inganno collettivo e la soddisfazione di essere un passo avanti.
 
evidence 4: viaggio nel tempo
partire dalla stazione di bologna, con l’orologio ancora fermo alle 10:25, fa un certo effetto. la mente va a giorni neri. poi sali sul treno e l’effetto macchina del tempo continua. il treno su cui sali ha qualcosa di familiare perché in effetti è proprio lo stesso treno con cui sei andata al mare, in liguria, nell’estate del 1978. forse è lo stesso treno che prendeva tua madre giovinetta per andare in colonia con le suore. e magari è il treno su cui i tuoi nonni sono arrivati in Piemonte dal Veneto, quando ancora il Veneto non era costellato da capannoni industriali. se su questo treno ci sono dei virus patogeni, pensi, io mi becco qualcosa di sicuro, perché il loro brodo di coltura è stato il dna della mia famiglia.
si viaggia stipati come su un carro bestiame. sali e scopri che i posti che avevi prenotato sono occupati. ma la gente non si sposta. con i sedili vale lo ius primae nocti: spettano a chi ci ha posato per primo le chiappe. quindi ti arrangi e trovi un posto non prenotato. è tutto molto bello, perché sui treni puoi vedere l’autarchia al lavoro. ogni scomparto a sei posti è un piccolo feudo: ci entri se hai conoscenze, provenienza comune oppure se quello che occupava il posto prima di te e ora è in bagno russava. gli stranieri stanno con gli stranieri. una donna con bambini ha la precedenza come sul titanic e di solito prende di mira scomparti con dentro un uomo solo e impaurito a cui toccherà trasportare le sue valige e guardare i suoi due bambini mentre lei accompagna il terzo in bagno. nello scomparto dov’ero io c’erano: un cinese che dormiva in qualsiasi posizione, un tipo vicino al finestrino che guardava fuori e ad ogni stazione andava in corridoio a fumare, uno che distribuiva i posti e un tipo sulla settantina che parlava solo in dialetto e sembrava una comparsa in un film di winspeare. questo signore garbato che se ne stava sul treno, di notte, con il cappello (secondo regole di educazione a me del tutto ignote ma probabilmente mai abrogate) e che parlava in italiano quando doveva interloquire con noi, riceveva telefonate improvvise alle ore più improprie. il succo della telefonata era chiarire a che ora arrivava, se il treno era in ritardo e sapere che tempo faceva. lui rispondeva un po’ scocciato, dal che deducevo che all’altro capo c’era un figlio o una figlia preoccupati dell’impatto del padre con la modernità. Ma no, avrei voluto rassicurarli, che modernità, qui sul treno noi si viaggia tutti intorno al 1964. Tanto che l’unica cosa davvero anacronistica, fuori luogo come i gladiatori dei film con l’orologio, era il trillo dei telefoni cellulari che risuonavano nelle carrozze coibentate d’amianto. e quando il treno arriva in stazione e scendi, in quattro gradini percorri quarant’anni di storia. non sei solo arrivato. sei proprio tornato. tornato al futuro.
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venerdì, ottobre 14, 2005
il pezzo che non ti aspetti, ovvero domande che mi pongo mentre sto stirando
 
ma george lucas non faceva prima a fare seppuku al saturday night live invece di suicidarsi cinematograficamente? non sarebbe stato più da jedi? e tra i seguaci della religione jedi (esistono, ma sono meno inquietanti dei neo-con) si sarà verificato uno scisma tra seguaci dell’Antica e della Nuova Trilogia? tra chi crede che jar jar binks sia un mostruoso pupazzo e chi crede che sia un mostruoso pupazzo da venerare?
 
 
la mia vita sarebbe migliore se avessi completato più album di figurine? perché il mercato ha iniziato così presto ad alimentare la mia frustrazione? e poi, chi ha fatto sparire i miei album? dove sono ora? devo chiamare mia madre…
 
 
perché i testimoni di geova hanno smesso di insistere? non ci credono più o è troppo tardi? perché se è troppo tardi, avrei voluto che qualcuno me lo dicesse, anche fermandomi per strada, tipo “ehi, è tutto sull’ultimo numero della torre di guardia, poi non dire che non lo sapevi”, oppure pubblicando un’inserzione su repubblica con scritto “da ottobre non si accettano più abbonamenti per svegliatevi!, continuate pure a dormire, babbei”, una cosa così, invece niente, tutto in sordina, lo sapevo che alla fine il loro era un club esclusivo, ci tocca consolarci con il billionaire.
 
 
dovrei mandare un cv a quelli di Isbn?
 
 
dove rinvenire, nell’intero mondo occidentale, dei jeans non a vita bassa?
 
 
sarò mai più profonda di quando avevo quindici anni? ogni tanto ritrovo cose che ho scritto allora, ispirate, ingenue finche vuoi, però appassionate, con grandi interrogativi, niente a che vedere con questi, e mi chiedo se il mio cervello, come le gambe di un’atleta, non abbia già prodotto i suoi scatti migliori.
 
 
ma uno, che esperienze deve avere fatto, per scrivere il testo di coca cola douche?
 
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domenica, ottobre 09, 2005

I turn my camera on

Una giornata di sole epocale, forse l'ultima prima del grigiore autunnale, e io sono davanti al pc a scrivere una fottutissima tesina per il master. Inutile quanto un portachiavi di pelliccia. Insensato quanto un pandoro alla bagna cauda. Indispensabile quanto l'annullo postale alla sagra della polenta. Potrei continuare per ore. Non lo farò perchè devo scrivere questa poltiglia immane che trasudi gratitudine ed erudizione. Riuscirò a farlo senza che si accorgano del sarcasmo che traspare dai rientri dei paragrafi? Ho deciso di concentrarlo lì, a sinistra, dove il cervello lo recepisce meno.

Ma per la cronaca vorrei essere altrove, al parco, a prendere il sole, giocare a frisbee e accarezzare impunemente cani altrui, possibilmente liberi, senza guinzaglio, quel genere di cane intento a marcare il territorio che mi fa pensare che farei a cambio volentieri con lui. E poi vorrei fare foto che' sto cielo azzurro con gli edifici giallo sabaudo stacca benissimo nelle diapo.

In conclusione mi chiedo: ma chi ha la sensazione di stare facendo ESATTAMENTE quello che vuole? Capita a qualcuno, mai? E perchè no? Cioè perchè passiamo il tempo a sognare di fare altre cose però non le facciamo mai, come se il solo fare qualcosa che ci soddisfa e ci fa stare bene fosse disdicevole? Lo so perchè: perchè poi saremmo costretti a smettere di lamentarci. Riesci ad immaginare nulla di più terribile?

postato da: fulmine alle ore 13:44 | Permalink | commenti (4)
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domenica, ottobre 02, 2005
epistassi
 
non stare a scomodare il vocabolario. vuol dire sangue dal naso. una patologia che sembra colpire con maggiore incidenza bambini e cocainomani. io il nesso non ce lo vedo, ma d’altra parte non ne ho mai sofferto. ho invidiato segretamente quella bambina dalla pelle quasi trasparente, con il capo rovesciato oltre la spalliera della sedia, amorevolmente soccorsa dalla maestra che le posava un fazzoletto bagnato sulla fronte. il potere della fragilità aveva la forma e il colore di tre gocce di sangue sul grembiule bianco.
ogni volta che mi confronto con i miei fantasmi, li trovo un po’ più piccoli.
questo li rende, contrariamente al pensiero comune, più pericolosi, capaci di nascondersi tra le pieghe dei ricordi, con la naturalezza sfrontata di chi non deve nemmeno più giustificarsi.
ero una bambina maniacale, che imparava a memoria le poesie anche quando non era richiesto.
andare a letto era un rito che richiedeva la partecipazione di un adulto consenziente e molto, molto paziente.
mi piaceva l’acqua. vedevo piccole luci colorate nel buio, che si raggruppavano in forme strane, sempre in movimento. mangiavo le belle di notte. ero simpatica ai cani, e ricambiavo. non usavo mai le mie gomme preferite.
saranno ancora da qualche parte, intonse, ma senza profumo. 
postato da: fulmine alle ore 00:12 | Permalink | commenti (6)
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