. mondi paralleli .

ci sono universi interi che non si toccano mai, rette parallele che corrono diritte come le rotaie di un treno. interi tracciati destinati a non prendere mai coscienza delle possibili alternative. poi qualche volta si apre un varco, e la visione simultanea di più realtà diventa possibile. ma quello che vedi può fare più paura della convinzione, erronea, di essere soli al mondo.
è successo questo week-end. un altro mondo è impassibile. ecco le prove:
evidence 1: denti bianchi sul pianeta terra
venerdì sera, per festeggiare la conclusione di un excursus studiorum che mi ha portato in luoghi ancora non mappati del sapere (cioè, ho finito un master) prendo un aperitivo con il resto della classe. gran belle persone. pensavo. ma poi mi sono dovuta ricredere, quando le Belle Persone (o meglio la Bella Gente) sono arrivate davvero. Prima fanno il loro ingresso due imponenti guardie del corpo, e il locale, che è parecchio piccolo, sembra già pieno. Poi entrano due fotografi superprofessionali. Poi uno dei fantastici cinque, credo Numero 3. All’inizio pensiamo tutti che sia lui il vip, anche se il seguito sembra un po’ eccessivo per una trasmissione di nicchia come i fantastici cinque, che tra l’altro io trovo addirittura barricadera con i tempi che corrono. ma poi capiamo che il pezzo forte della serata, che giustifica tutto l’apparato mass-mediale, è lei: miss Italia 2005. Che entra alla chetichella, nessuno se ne accorge, ma poi ritrova il suo atout da star nel momento in cui, tutta lamettata (cioè in lamè) dietro al bancone, sorride. il raggio fotonico mi colpisce direttamente, resto stordita come un alce davanti ai fari di un range rover, poi lentamente mi riprendo. intanto alcuni amici vengono arruolati come comparse in un servizio fotografico tipo fotoromanzo subito ribattezzato (da noi) Edelfa di Dora Riparia. Le foto verranno pubblicate su Gente, il che vuol dire che l’anno prossimo i miei amici immortalati sono pronti per l’isola dei famosi. E così ne abbiamo persi altri due. Noi non famosi siamo sempre più rari. Finito il servizio miss italia ripone accuratamente il sorriso, fa il giro del bancone e si sfonda di orecchiette al pomodoro. è ancora recuperabile?
evidence 2: cenere eri, e cenere tornerai
interno notte. va beh, facciamo serata appena iniziata. però interno. palasport. calca un po’ sudata e grande attesa. gruppo supporter un trio statunitense sconosciuto che suona in trentaduesimi. attesa febbrile. troppo per qualcuno? inizia come una qualsiasi epidemia, o come il finanziamento illecito ai partiti. il primo se ne accende una e allora un altro che vorrebbe lo vede e trova giustificazione nel fatto che c’è un precedente e insomma nel giro di dieci minuti fumano tutti. con il piccolo particolare che sarebbe vietato. il palasport non ha nemmeno un impianto di purificazione dell’aria, dato che non è previsto che ci si fumi. ma come, solo perché è vietato? che pigrizia mentale! la batteria pesa e una pms da competizione mi rendono battagliera. o mi butto in un pogo o vado a rompere i coglioni a qualcuno su ‘sta storia. propendo per la seconda ipotesi. è un dono di famiglia. individuo la mia vittima. indossa un completino verde oliva con eleganti bande gialle catarifrangenti. mi avvicino e lui sa che io so. sentirei l’odore della sua paura se non fosse per la cappa di fumo che ci avvolge.
-scusi…
-dica.
-ma qui non è vietato fumare?
- eh, sì, io c’ho provato a dirglielo, ma quelli… facciamo il possibile!
- sì, ma qui non si respira.
- eh, lo so, ma perché non si sposta qui, vicino all’uscita?
- (trattenendo un vaff…) ma non sono mica io ad essere fuorilegge!
- lei ha ragione (questa frase in Italia serve a lasciare immutato lo status quo facendo sentire il cittadino un genio misconosciuto. si chiama piaggeria. si legge presa per i fondelli).
- perché invece non fate un annuncio dal palco, tanto per ricordarlo agli smemorati (si sa che il fumo brucia le sinapsi)?
- eh, sa… nessuno vuole assumersene la responsabilità.
rimango così, come d’autunno sugli alberi le foglie. scossa. cioè scusa ciccio, te ne stai qui a garantire l’incolumità e non si può fumare e tutti lo fanno e nessuno ha il coraggio di fare un annuncio tipo “si ricorda che per ragioni di sicurezza è vietato fumare all’interno del palasport?”. ma che cazzo! vado io se vuoi.
così dagli spalti guardo dall’alto il paese reale ondeggiare al ritmo del menefreghismo imperante. mi chiedo perché nel resto dell'europa una legge è una legge e qui un delicato consiglio sussurrato all’orecchio sempre che non dia troppo fastidio. mentre medito una repentina fuga in svezia salgono sul palco jack e meg e di colpo del fumo non mi frega più nulla. appena sventato the hardest button to button.
evidence 3: o tempura, o mores!
finito il concerto, canna o no, ti viene la fame chimica. allora esci e trovi ad attenderti due possibilità: il banchetto dei bratwurst che arriva dritto da Amburgo con il suo carico di sugna oppure qualcosa di meno esotico, quasi rassicurante: il finto ristorante giapponese osaka. unico in tutta bologna! e certo, che in giappone non lo vedrai mai, il finto ristorante giapponese osaka. così come in italia non trovi la finta pizzeria la torre di pisa. ma magari a tokyo sì.
il finto ristorante giapponese in italia si basa su un dogma incontrovertibile: l’italiano medio non è in grado di distinguere un cinese da un giapponese. però è disposto a spendere molto di più per cibo tutto sommato simile, ma con un nome diverso. quindi riso alla cantonese no, ma osaka mochi si. e poco importa se sono la stessa cosa ma il secondo non ha la pancetta. il tempura di frutta non è altro che quella frutta fritta cinese che hai finito di digerire ieri, ma vuoi mettere il suono… tempura di frutta! ha un che di depurativo. l’arredamento è ridotto al minimo perché da qualche parte si è deciso che il giappone è minimalista. un bel risparmio su stucchi e dragoni dorati. il personale (cinese) si finge giapponese adottando questa tecnica: è meno gentile e più distaccato di quello cinese. e si veste con improbabili semi-kimoni. la cosa funziona. salvo poi che dietro ad una colonna fa capolino una statua di Confucio con tanto di luci intermittenti, ma l’italiano medio che ne sa? pensa di andare al ristorante e invece si trova nel bel mezzo di una rappresentazione artistica tipo guerrilla theatre, dove la lunga marcia silenziosa si fa a colpi di maki roll e soba udon di imitazione. e se ne va soddisfatto, lo stomaco pieno di prelibatezze cinesi travestite da giapponesi, un 30% in più sul conto che serve – giustamente – ad ammortizzare l’inganno collettivo e la soddisfazione di essere un passo avanti.
evidence 4: viaggio nel tempo
partire dalla stazione di bologna, con l’orologio ancora fermo alle 10:25, fa un certo effetto. la mente va a giorni neri. poi sali sul treno e l’effetto macchina del tempo continua. il treno su cui sali ha qualcosa di familiare perché in effetti è proprio lo stesso treno con cui sei andata al mare, in liguria, nell’estate del 1978. forse è lo stesso treno che prendeva tua madre giovinetta per andare in colonia con le suore. e magari è il treno su cui i tuoi nonni sono arrivati in Piemonte dal Veneto, quando ancora il Veneto non era costellato da capannoni industriali. se su questo treno ci sono dei virus patogeni, pensi, io mi becco qualcosa di sicuro, perché il loro brodo di coltura è stato il dna della mia famiglia.
si viaggia stipati come su un carro bestiame. sali e scopri che i posti che avevi prenotato sono occupati. ma la gente non si sposta. con i sedili vale lo ius primae nocti: spettano a chi ci ha posato per primo le chiappe. quindi ti arrangi e trovi un posto non prenotato. è tutto molto bello, perché sui treni puoi vedere l’autarchia al lavoro. ogni scomparto a sei posti è un piccolo feudo: ci entri se hai conoscenze, provenienza comune oppure se quello che occupava il posto prima di te e ora è in bagno russava. gli stranieri stanno con gli stranieri. una donna con bambini ha la precedenza come sul titanic e di solito prende di mira scomparti con dentro un uomo solo e impaurito a cui toccherà trasportare le sue valige e guardare i suoi due bambini mentre lei accompagna il terzo in bagno. nello scomparto dov’ero io c’erano: un cinese che dormiva in qualsiasi posizione, un tipo vicino al finestrino che guardava fuori e ad ogni stazione andava in corridoio a fumare, uno che distribuiva i posti e un tipo sulla settantina che parlava solo in dialetto e sembrava una comparsa in un film di winspeare. questo signore garbato che se ne stava sul treno, di notte, con il cappello (secondo regole di educazione a me del tutto ignote ma probabilmente mai abrogate) e che parlava in italiano quando doveva interloquire con noi, riceveva telefonate improvvise alle ore più improprie. il succo della telefonata era chiarire a che ora arrivava, se il treno era in ritardo e sapere che tempo faceva. lui rispondeva un po’ scocciato, dal che deducevo che all’altro capo c’era un figlio o una figlia preoccupati dell’impatto del padre con la modernità. Ma no, avrei voluto rassicurarli, che modernità, qui sul treno noi si viaggia tutti intorno al 1964. Tanto che l’unica cosa davvero anacronistica, fuori luogo come i gladiatori dei film con l’orologio, era il trillo dei telefoni cellulari che risuonavano nelle carrozze coibentate d’amianto. e quando il treno arriva in stazione e scendi, in quattro gradini percorri quarant’anni di storia. non sei solo arrivato. sei proprio tornato. tornato al futuro.