venerdì, gennaio 27, 2006

out of the blue

Il fatto è che ogni tanto mi piace imbracciare un cavalletto e usarlo a sproposito: per fare foto.
 
D’inverno l’aria limpida rende le immagini più nette, ma fa un freddo porco.
Il fotografo notturno è un animale in via d’estinzione.
Quando incrocia altri fotografi, tutti con il loro bravo cavalletto sottobraccio, il fotografo notturno s’incupisce, teme che qualcuno abbia trovato un’inquadratura migliore della sua. Decide lì per lì di cambiare zona, e finisce quasi sempre per tornare alle stesse quattro location in cui fa foto da anni, neanche fosse il pathfinder.
Il fotografo notturno passa più tempo ad aspettare che i passanti escano dall’inquadratura, imprecando, che a fare foto. Salvo poi ricredersi quando sviluppa i rullini, su cui trova impressi delicati ectoplasmi appena pennellati da tempi di esposizione geologici.
Il fotografo notturno passa le sue serate con gli amici guardandosi intorno e fotografando mentalmente tutto quello che vede (gli amici gli hanno intimato di non portare con sé la macchina fotografica, e ovviamente quella sera lui sulla strada di casa incrocia un unicorno.
Gli amici non lo rivedranno per mesi).
Il fotografo notturno ha bisogno di silenzio intorno quando scatta. E’ segretamente convinto che le vibrazioni sonore interferiscano con quelle luminose. Se è anche un fisico, ne ha la certezza, ed è pronto a dimostrarlo. A chiunque, e in qualsiasi momento. Questo tipo pernicioso di fotografo notturno non viene più invitato nemmeno ai matrimoni, e sì che lì i fotografi sono sempre molto richiesti.
Il fotografo notturno predilige le diapositive. Paventa il giorno in cui usciranno di produzione. In previsione di ciò, ha il frigo pieno di pellicole in scadenza.
Il fotografo notturno non si perde un’eclissi. Ma teme la pioggia più di un paio di scarpe di camoscio.
La macchina fotografica del fotografo notturno ha una serie di obiettivi intercambiabili di lunghezze oscene. Alcuni di questi gli permettono di riprendere particolari invisibili all’occhio umano, come la palpebra socchiusa di un piccione appostato sul cornicione della casa di fronte. Ma è facile che il fotografo notturno usi la sua apparecchiatura anche per spiare la vita degli altri, visto che la sua è  sempre più solitaria. Smette di farlo quando si accorge che nella casa di fronte c’è un altro fotografo notturno che sta spiando lui. Inizia quindi ad invitare a cena vecchi amici del liceo ripescati su internet, tanto per darsi un tono.
Il fotografo notturno è l’incrocio tra un monaco zen e un sociopatico rancoroso.
Cioè un monaco rancoroso ed un sociopatico zen.
A parte questo, è un individuo estremamente gradevole.
 
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domenica, gennaio 22, 2006

fake tales of san francisco

Volevo fare una cosa trasgressiva e così ho comprato un cd in un negozio, invece di scaricarlo da internet.

Ne ho ricavato un'emozione retrò di pellicola plasticata incisa con l'unghia lungo la costa, e di odore di carta patinata, e di immagini serigrafate sul lato alto.

Quando ha smesso di essere normale? Quando ho smesso di essere legale?

E' stato bello? E' stato brutto? Non so. Ma è stato strano come andare al luna park da soli.

Il cd in questione, per quanto non sia davvero importante, è quello degli arctic monkeys. Non un capolavoro, ma abbastanza sincero, e guarda che la sincerità è merce rara oggi. O meglio: è pieno di gente pronta a dirti in faccia cose che non ha capito per prima. Questa non è sincerità: è approssimazione.

Dammi un pensiero limpido, pulito, cesellato da notti insonni e sfrondato da ricordi appiccicosi, dammene uno e potrai sdraiarti con me sul tappeto verde, e chiudere gli occhi mentre ci teniamo per mano e partiamo per il viaggio.

Lascia le scarpe all'ingresso.

postato da: fulmine alle ore 11:21 | Permalink | commenti (11)
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giovedì, gennaio 05, 2006
Come sono andate le vacanze? Ah sì, bene? Non tanto? Avrebbero potuto... Proprio come gli anni scorsi, allora!
Quindi passiamo oltre e diamo inizio ad una rubrica nuova di pacca.

Per la serie: unsung heroes & heroines of our times
(titolo in inglese perché più trendy e anche politically correct e poi per fare incappare qui qualche anglofono che ci rimarrà male)

Ogni tanto, nelle mie perlustrazioni nel mare magnum del sapere, mi imbatto in geni sconosciuti. Poi però scopro che erano tali solo per me. Intendo o geni, o sconosciuti. Quasi mai le due cose si verificano contemporaneamente, cioè non si è quasi mai geni sconosciuti, con buona pace tua, tua, e anche mia.
Ma qualche volta, per una incredibile serie di circostanze per cui ogni cosa è in penombra, personaggi che meriterebbero di essere celebrati come un vanto dell’italico suol vengono relegati agli speciali su satellite di art’è e al collezionismo onnivoro di ebay.
Oggi spezziamo una mina a favore di:

ANTONIO RUBINO

(mai sentito, eh? Lo so, succedeva anche a me fino a qualche mese fa. Quindi:
Illustratore di libri e fumetti, poeta, scrittore e visionario. Sanremo, 1880 – Bajardo, 1964)

Sulle vicende biografiche di Rubino posso dire quello che ho trovato su internet, tenendo conto che la sua è la vita di quella generazione nata alla fine del XIX secolo che ha fatto in tempo a sciropparsi due guerre mondiali. Una bella fortuna, no? Biografie segnate che si assomigliano un po’ tutte in un certo ripiegarsi in se stesse. Comunque: super-precoce (scrive ed illustra le sue prime fiabe a sei anni), sarà nel 1908 fondatore di quella fucina di talenti che è il Corriere dei Piccoli, sul quale pubblica delle ministorielle con testo in rima, predilette anche da Fellini bambino (segno che i visionari si amano e si riconoscono tra loro). Tra le favole che illustra va ricordata almeno "Viperetta", del 1934. Durante la Prima guerra mondiale collabora a "La Tradotta", giornale distribuito gratuitamente alle truppe al fronte. Nel 1935 passa alla direzione di Topolino dove rimane fino al 1940. E’ sempre del 1940 il suo primo film di animazione, "Il paese dei Ranocchi", per il quale è premiato nel 1942 al Festival di Venezia. Addirittura nel 1953 si inventa un nuovo sistema di ripresa, la sinalloscopia, per il lungometraggio animato "I sette colori".
Per mettere subito a tacere le polemiche dei furbetti del villaggio globale, dico subito che la sua colorazione politica non mi interessa né disturba affatto. Sì, nel 1927 ha messo su e diretto per un po’ il giornalino "Balilla", dal titolo inequivocabile, ma io non ho camminato nei suoi mocassini quindi non scaglio la prima punta di freccia. E poi diciamo che l’illustrazione per l’infanzia è un regno anarchico per eccellenza. Che attrae personalità anarchiche esse stesse, inquiete ed inquietanti, con occhi luccicanti da fauno. Persone a cui non affidereste mai i vostri figli.
Rubino non faceva eccezione. Eccolo in un suo autoritratto.
 
Ricorda un po’ un altro folle dell’illustrazione, questo veramente inquietante: Aubrey Beardsley, suo quasi coetaneo ma morto giovanissimo. Un genio assoluto.
 
Ma anche Rubino non è da meno. Da quando l’ho scoperto, guardo con altri occhi l’arte psichedelica. Che non nasce negli anni settanta, ma molto prima. Forse con i mandala, che per altro hanno un chiaro scopo: veicolare la trance. Poi c’è quell’extraterrestre di Bosch che è una delle personalità più genialmente disturbate della storia dell’arte, magistralmente parodiato, mutatis mutandis, da un altro grande dell’illustrazione italiana quale Jacovitti. Poi a salire arriviamo a William Blake, al liberty e al decò. Da queste parti si colloca anche Rubino, che infatti al liberty si ispira. Solo che prende una direzione diversa da quella delle fanciulle fleury e delle decorazioni sinuose, e si getta a capofitto nel mondo delle apparenze rovesciate, che è un po’ la funzione educativa che una buona narrativa per l’infanzia deve avere: aiutare i bambini a distinguere tra ciò che esiste davvero (le loro emozioni e i loro desideri) da quello che è solo apparenza (la Weltanschauung dei loro genitori). Rubino flirta anche con il futurismo e con il dinamismo, tanto che una mostra allestita a Parma sei anni fa lo metteva in relazione con Depero.
 Però fondamentalmente è un autodidatta e anche un eclettico, che riesce a occuparsi con uguale perizia di illustrazione, scrittura, cinema di animazione e persino arredamento.
   

 
 




 
   Ecco qualche altro esempio del suo stile:
 
 Questi sono fagioli musicali (pun intended?)
 
                        
 

   E questi gnomi (pre 1911):

    
   

E poi, cosa dire di quest’opera che più psichedelica non si può, intitolata "I cinque sensi: la Vista"?
 

 
  
Inoltre Rubino, personalità eclettica e originale, laureato in legge, conoscitore di svariate lingue straniere tra cui il cinese, recitava a memoria il Mahabarata e amava occuparsi di un sacco di cose diverse e fichissime, come disegnare copertine di dischi (nel 1904!), allestire mostre, scrivere poesie (alcune dai titoli poco rassicuranti come Danza delle mani amputate e Infanticidio –sic!, altre del tutto profetiche come, udite udite: La personalità giuridica del feto. Urka!) e sceneggiature, ma alla fine ritornava sempre al suo primo amore, cioè l’illustrazione per i libri d’infanzia. Forse perché lui stesso era una specie di bambino mai cresciuto: la nipote ricorda che era capace di uscire di casa di tutto punto, ma con le calze spaiate, di due colori diversi. O forse perché, come fa dire a un personaggio nel libro Perché di sì (1936): certe risposte "sono buone tutt'al più a soddisfare un grande, ma un bambino no di certo".

E se una vita, come un giallo, si giudica dall’ultima pagina, cosa dire di questa?
Viene trovato morto il 2 luglio del 1964 sotto un castagno nei suoi amati boschi di Bajardo: tra le mani reggeva l'ultima poesia Pallarea, dedicata alle nuvole.

Chapeau.
postato da: fulmine alle ore 16:32 | Permalink | commenti (6)
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