Ho chiuso
No, non sto minacciando (promettendo?) di chiudere il blog. Per quanto il trend sia assolutamente di moda (ho usato l'avverbio proibito volutamente). E' che sono le 2 del mattino e io sono in redazione a chiudere il giornale. Dopo una mezza pizza, patatine, coca cola come unico sostentamento neuronale, 90 pagine da scannnerizzare in cerca di refusi e dopo aver passato la curva gaussiana del sonno, ora sono in una fase di iperattività stupefatta. Non so cosa voglia dire, quindi questo post sarà una specie di cut-up burroughsiano. Oppure una sonora minchiata, ammesso che se ne possa percepire l'eco. Ora capisco perchè si chiama giornale: perché per chiuderlo fai giorno. Nell'altra stanza, quella con la luce ancora accesa, un capo redattore motivante, una stagista premurosa che mi ha portato da mangiare come se fossi stata il suo coniglio, che invece ancora aspetta a casa, e una grafica che miracolosamente si destreggia tra cinque giri di bozze. E io beata in mezzo a tutto questo, perché me lo sono cercata e che già diventa the stuff dreams are made of. Ora ho solo bisogno di almeno cinque ore di sonno, e di luci spente.
clic.
clap your hands say bis!
con 'sto fatto che ci sono le olimpiadi a torino e passion lives here, è impossibile passare una serata a casa. uscire uscirò, uscir bisogna. quindi ogni sera nonostante il freddo umido che lavorerà silenzioso preparandomi una vecchiaia reumatica (io me le ricordo le olimpiadi, mi hanno anche fatto portare la fiaccola sotto i portici, prese fuoco un'insegna. a quei tempi avevamo le insegne davanti ai negozi per dirti cosa vendevano, sì erano negozi veri, non virtuali e insomma la mia vecchiaia sarà stile nonno simpson), ci si becca con gli amici in una delle piazze deputate alla festa olimpica. piazza cast... ops! volevo dire medal plaza, inaccessibile se uno non si è fatto la coda pomeridiana per aggiudicarsi i biglietti oppure piazza san carlo per vedere il concerto della medal plaza su schermo gigante e impianto sonoro che quelli che ci vivono, in piazza san carlo, secondo me a casa per comunicare si scrivono dei biglietti e per vedere la tv devono impostare le pagine televideo per non udenti con i dialoghi sotto (che meriterebbero un post a parte).
comunque ieri ero in piazza san carlo a vedere paolo conte giganteggiare sullo schermo in un tripudio di pixel e genialità (notare che avevo definito paolo conte un genio in tempi non sospetti, ovvero nel post precedente, adesso sono capaci tutti). ti strappava degli applausi anche se una voce dentro di te continuava a ripetere: "stai applaudendo uno schermo, il concerto vero è 600 metri più in là". imperterrita ballavo sulle note di sotto le stelle del jazz e vieni via con me, max e alle prese con una verde milonga. non riesco ad immaginarmi il paradiso, ma l'inferno deve essere un posto dove manca la classe di paolo conte. ora che ci penso, potrebbe anche essere il contrario. diavolo rosso!
poi la serata è continuata nella vana ricerca di un posto dove mangiare. peccato che anche tutti gli altri fossero alla ricerca della stessa cosa. era come essere in un documentario della bbc, quelli fatti bene, dal titolo: ecosistemi in pericolo. desertificazione e oasi di pizza. insomma, pizzerie ce n'erano, ma erano invase da mandrie affamate. abbiamo vagato come bufali d'acqua, le pupille rovesciate all'indietro e i nasi gocciolanti, ma niente. in un posto ci hanno detto di ripassare dopo un'ora, in un altro dopo averci fatto sedere e aspettare per 20 minuti ci hanno detto che la cucina era chiusa (geniale), un altro posto ancora ha pensato di chiudere alle 23, considerando che era "solo" la notte bianca e ci sarebbe stata gente in giro tutta la notte, tra cui molti stranieri abituati a mangiare a tutte le ore.
fortuna che a casa avevo una pizza del giorno prima. a portarmela dietro, ci facevo un sacco di soldi al bagarino.
Il più grande senso dell’umorismo del Pleistocene

Mi sono accorta che a me fanno ridere cose che spesso la gente non nota nemmeno.
Per esempio: ieri sera guardo in diretta la cerimonia dei Giochi Olimpici e mentre passa la rappresentativa della Danimarca in sottofondo si sente “(Please don’t let me be) Misunderstood”. Ora questa cosa è troppo assurda per essere voluta, è un caso. Ma secondo me il caso ha un gran bel senso dell’umorismo.