sabato, febbraio 25, 2006

La premessa obbligatoria è che non mi piace la radio. Non la ascolto mai, non conosco le star radiofoniche, i programmi di punta, quelli comici che creano tutto un seguito e battute per iniziati. Non ho mai sentito le imitazioni di Fiorello o gli scherzi telefonici di… ecco, non so nemmeno di chi. Le ragioni di questa idiosincrasia sono semplici e sensate, a mio avviso. Non amo che qualcuno scelga la musica al mio posto. Non sopporto gli stacchi pubblicitari. E soprattutto. Soprattutto. SOPRATTUTTO aborro (sic!) che qualcuno parli sopra i pezzi. Voglio dire, perché presumi che io abbia voglia di sentire le tue sparate pseudo-cri(p)tiche, le tue pippe filosofiche, la rassegna stampa del gossip internazionale, le anticipazioni di cose già successe, le telefonate degli ascoltatori con tanto di dediche, il tutto mentre in sottofondo sta passando un assolo che richiederebbe un silenzio partecipato e anche un po’ colpevole? (gli assoli in radio sono carne morta). Ascoltare la radio è come rimanere bloccati in ascensore con degli sconosciuti: possono nascere grandi amori, ma è più probabile che qualcuno si lasci andare un po’ troppo, togliendomi ossigeno.
 
L’unico rischio a questo punto è privarsi del pezzo grandioso ascoltato per caso, della chicca inaspettata (ammesso che il logorroico di cui sopra abbia la decenza di dirti di chi è), insomma la musica dell’imponderabile. Per fortuna qualche settimana fa, navigando senza meta lungo le colonne d’ercole dei miei bookmarks, approdo ad una delle tante (troppe?) radio su internet, molte delle quali apprezzabili, alcune decisamente ubercool, quasi tutte con caratteristiche a me molto gradite: non c’è il commento parlato, sai sempre che pezzo sta passando e spesso anche quale sarà il prossimo.
 
Quella di cui parlo io, però – e immagino che non sia l’unica, ma io questa ho trovato – presenta anche delle features molto seducenti: innanzitutto si definisce come the social music revolution,  tre parole che su di me hanno un certo effetto. In soldoni significa che puoi personalizzare l’ascolto creandoti tutta una serie di stazioni radio, dove ascoltare non la musica che conosci già (sarebbe un po’ troppo autoreferenziale anche per me), ma quella che assomiglia a ciò che ti piace, attraverso le recommended  del sito, un po’ come su amazon (con risultati un po’ meno inquietanti, però: il database di amazon mi conosce meglio di mia madre, cacchio!) oppure facendo delle ricerche per tag. Questo è il sistema che preferisco, perché accanto a tag comprensibili come “country”, “death metal” e “indie pop” (ossimori a parte), ve ne sono altre totalmente imprevedibili, e quindi allettanti, come “amazing” (quella che sto ascoltando io adesso, e che mi ha già deliziato con un live di beck, un pezzo da revolver e proprio adesso con gli explosions in the sky), “snow” and “philosophy”, tutte in grado di generare radio a tema. E a tua volta puoi taggare le canzoni che ascolti rendendo la catalogazione ancora più bizzarra. Io ovviamente lo faccio. Se quello che ti propone il tag non ti piace, puoi anche skippare in avanti. skipping is bliss.
Con il tempo le selezioni si affinano, puoi entrare in contatto con gente con i tuoi stessi gusti musicali (gulp!), mettere su un vero e proprio palinsesto etc. ovviamente se paghi puoi customizzare fino al parossismo – social sì, revolution pure, però non è ancora la migliore delle radio possibili. Ma è Fiorello-free, che è già un grande passo per l’umanità.
 
postato da: fulmine alle ore 17:34 | Permalink | commenti (16)
categoria:
mercoledì, febbraio 22, 2006

Ho chiuso

No, non sto minacciando (promettendo?) di chiudere il blog. Per quanto il trend sia assolutamente di moda (ho usato l'avverbio proibito volutamente). E' che sono le 2 del mattino e io sono in redazione a chiudere il giornale. Dopo una mezza pizza, patatine, coca cola come unico sostentamento neuronale, 90 pagine da scannnerizzare in cerca di refusi e dopo aver passato la curva gaussiana del sonno, ora sono in una fase di iperattività stupefatta. Non so cosa voglia dire, quindi questo post sarà una specie di cut-up burroughsiano. Oppure una sonora minchiata, ammesso che se ne possa percepire l'eco. Ora capisco perchè si chiama giornale: perché per chiuderlo fai giorno. Nell'altra stanza, quella con la luce ancora accesa, un capo redattore motivante, una stagista premurosa che mi ha portato da mangiare come se fossi stata il suo coniglio, che invece ancora aspetta a casa, e una grafica che miracolosamente si destreggia tra cinque giri di bozze. E io beata in mezzo a tutto questo, perché me lo sono cercata e che già diventa the stuff dreams are made of. Ora ho solo bisogno di almeno cinque ore di sonno, e di luci spente.

clic.

postato da: fulmine alle ore 02:14 | Permalink | commenti (14)
categoria:
domenica, febbraio 19, 2006

clap your hands say bis!

con 'sto fatto che ci sono le olimpiadi a torino e passion lives here, è impossibile passare una serata a casa. uscire uscirò, uscir bisogna. quindi ogni sera nonostante il freddo umido che lavorerà silenzioso preparandomi una vecchiaia reumatica (io me le ricordo le olimpiadi, mi hanno anche fatto portare la fiaccola sotto i portici, prese fuoco un'insegna. a quei tempi avevamo le insegne davanti ai negozi per dirti cosa vendevano, sì erano negozi veri, non virtuali e insomma la mia vecchiaia sarà stile nonno simpson), ci si becca con gli amici in una delle piazze deputate alla festa olimpica. piazza cast... ops! volevo dire medal plaza, inaccessibile se uno non si è fatto la coda pomeridiana per aggiudicarsi i biglietti oppure piazza san carlo per vedere il concerto della medal plaza su schermo gigante e impianto sonoro che quelli che ci vivono, in piazza san carlo, secondo me a casa per comunicare si scrivono dei biglietti e per vedere la tv devono impostare le pagine televideo per non udenti con i dialoghi sotto (che meriterebbero un post a parte).

comunque ieri ero in piazza san carlo a vedere paolo conte giganteggiare sullo schermo in un tripudio di pixel e genialità (notare che avevo definito paolo conte un genio in tempi non sospetti, ovvero nel post precedente, adesso sono capaci tutti). ti strappava degli applausi anche se una voce dentro di te continuava a ripetere: "stai applaudendo uno schermo, il concerto vero è 600 metri più in là". imperterrita ballavo sulle note di sotto le stelle del jazz e vieni via con me, max e alle prese con una verde milonga. non riesco ad immaginarmi il  paradiso, ma l'inferno deve essere un posto dove manca la classe di paolo conte. ora che ci penso, potrebbe anche essere il contrario. diavolo rosso!

poi la serata è continuata nella vana ricerca di un posto dove mangiare. peccato che anche tutti gli altri fossero alla ricerca della stessa cosa. era come essere in un documentario della bbc, quelli fatti bene, dal titolo: ecosistemi in pericolo. desertificazione e oasi di pizza. insomma, pizzerie ce n'erano, ma erano invase da mandrie affamate. abbiamo vagato come bufali d'acqua, le pupille rovesciate all'indietro e i nasi gocciolanti, ma niente. in un posto ci hanno detto di ripassare dopo un'ora, in un altro dopo averci fatto sedere e aspettare per 20 minuti ci hanno detto che la cucina era chiusa (geniale), un altro posto ancora ha pensato di chiudere alle 23, considerando che era "solo" la notte bianca e ci sarebbe stata gente in giro tutta la notte, tra cui molti stranieri abituati a mangiare a tutte le ore.

fortuna che a casa avevo una pizza del giorno prima. a portarmela dietro, ci facevo un sacco di soldi al bagarino.

postato da: fulmine alle ore 11:04 | Permalink | commenti (2)
categoria:
sabato, febbraio 11, 2006

Il più grande senso dell’umorismo del Pleistocene

 

 Mi sono accorta che a me fanno ridere cose che spesso la gente non nota nemmeno.

Per esempio: ieri sera guardo in diretta la cerimonia dei Giochi Olimpici e mentre passa la rappresentativa della Danimarca in sottofondo si sente “(Please don’t let me be) Misunderstood”. Ora questa cosa è troppo assurda per essere voluta, è un caso. Ma secondo me il caso ha un gran bel senso dell’umorismo.


Un’altra cosa che mi fa ridere, in genere, è quando mi si infila una maniglia dentro la manica mentre cammino e faccio una specie di mezzo casqué appesa alla porta. O quando sollevo qualcosa sovrastimandone il peso così da conferire  all’oggetto una tale spinta verso l’alto che sembro la Statua della Libertà.

Mi fanno ridere i giochi di parole e i calambour, gli spazi lasciati vuoti dalla sintassi per cui ci puoi infilare degli ibridi come "talequalmente" o "compitìllimo", roba così che quando anni fa dicevo "sono rimasta basita" mi guardavano strano e poi dopo qualche mese lo usavano tutti e aveva perso la luccicanza.

Mi fa ridere  l'intelligenza non esibita, tipo che stai leggendo un libro e ti rendi conto che chi l'ha scritto sta lanciando un messaggio nello spazio nella speranza che venga captato da forme di vita intelligenti, e ti sembra di poter dire che ce l'ha fatta, ed il fatto che non abbia sottovalutato la tua capacità di comprendere, che non abbia annacquato il suo talento, che non sia sceso a compromessi e che tutto questo costituisca un autentico e miracoloso atto di fede nella possibilità di comunicare qualcosa più di un senso condiviso, ma piuttosto di un modo di costruire tale condivisione... ecco, vedi che a me non riesce?

Mi fanno ridere i testi di paolo conte. ma sempre qualche secondo dopo. dannazione, quell'uomo è un genio.

Ma mi fanno ridere anche i presidents of the usa, per il motivo opposto.

E quando qualcuno, nel bel mezzo di una festa, si mette a ballare il time warp senza esitazione alcuna.

postato da: fulmine alle ore 23:08 | Permalink | commenti (7)
categoria: